Quinta Sezione

3 febbraio 2011

Nota alla sentenza 18-9-2009 della V sez. della Comm. Prov. Roma

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La sentenza.

Sospensione del giudizio di impugnativa  della  cartella di pagamento, nonché del medesimo titolo esecutivo, emessa nei confronti del venditore condebitore solidale, che non ha impugnato la rettifica del valore dell’immobile. Durata della sospensione oltre l’inizio del giudizio, in attesa della definizione del ricorso sul merito dell’accertamento.

In esito al favorevole accoglimento del ricorso avverso la rettifica di valore proposto dal compratore, il venditore non impugnante può giovarsi in qualità di debitore solidale ai sensi dell’art. 1306 c.c. della decisione ottenuta dall’acquirente, solo dopo che questa sia passata in giudicato. Ove il venditore abbia impugnato la cartella di pagamento, notificatagli in pendenza del giudizio di secondo grado nei confronti dell’acquirente, può essere invocata e accordata  la sospensione dell’impugnativa medesima e degli effetti esecutivi della cartella, non essendo dubbio che l’esistenza del credito fatto valere dall’amministrazione in via esecutiva sia strettamente dipendente dall’accertamento sul valore dell’immobile ancora sub iudice. Trattasi di un’applicazione dell’art. 295 c.p.c., essendo pregiudiziale acclarare l’importo della pretesa impositiva, avendo il venditore come debitore solidale interesse ad avvalersi della richiamata norma di cui all’art. 1306 c.c. L’effetto sospensivo dell’efficacia della cartella non può essere limitato solo sino all’inizio della trattazione dell’impugnativa, altrimenti resterebbe frustrato il valore di pregiudizialità sopra indicato, ma deve protrarsi sino al definitivo accertamento sulla rettifica del valore immobiliare.
Comm. Prov. Roma 18-9-2009 sez. V rel. De Martino

La nota.

L’applicabilità dell’art. 1306 c.c. al debitore solidale non impugnante del giudicato favorevole ottenuto dal debitore d’imposta è oramai principio definitivamente acquisito. Nel caso di specie a differenza del compratore l’inerzia del venditore nel proporre ricorso avverso la rettifica del valore della vendita di immobile ha comportato l’emissione della cartella di pagamento nei suoi confronti, nonostante il debitore d’imposta avesse già ottenuto una sentenza favorevole in primo grado, essendo pendente il giudizio di appello instaurato a cura dell’amministrazione, circostanza questa che non ha consentito allo stato in favore del venditore medesimo in mancanza di giudicato di avvalersi dei benefici effetti derivanti dall’art. 1306 c.c.
La decisione della Commissione Provinciale di Roma, all’evidente fine di consentire al venditore, a giudizio di merito utimato, di avvalersi dell’eventuale giudicato favorevole atteso dal compratore, ha disposto la sospensione del procedimento relativo all’impugnazione della cartella in applicazione dell’art. 295 c.c., estendendo gli effetti di tale pronuncia anche all’atto impugnato.
Certamente questa pronuncia pone il problema della possibilità di conciliare la norma sulla sospensione necessaria di cui all’art.295 c.c. in presenza della specifica  previsione della sospensione del processo tributario ai sensi dell’art. 39 D.Lgs. n.546, nella sua formulazione assai restrittiva.
In realtà questa disposizione regola due sole questioni di pregiudizialità, che si potrebbero presentare nel processo tributario e cioè ove sia depositata una querela di falso ovvero si debba decidere sullo stato o sulla capacità delle persone, mentre nulla è previsto in qualunque altro caso.
Devesi riconoscere che si è in presenza di un vuoto normativo nella disciplina del processo tributario in tema di pregiudizialità, come è dimostrato dal caso in esame, e  comunque  non può negarsi che il riconoscimento esplicito in questa normativa di un minimo di regolamentazione ha reso evidente che nello stesso processo è stata introdotta la pregiudizialità come imprescindibile esigenza di evitare la contraddittorietà e l’illogicita dei giudicati.
Non può disconoscersi, infatti,  che è  nella realtà giuridico processuale che, ove per la decisione  occorra la definizione di un precedente necessario a quella decisione, si sia in presenza di una questione pregiudiziale, per la cui soluzione non resta che applicare la disciplina generale dell’art. 295 c.p.c., in tal modo provvedendosi a colmare il lamentato vuoto normativo.
Quanto, infine, alla disposta sospensione degli effetti esecutivi della cartella impugnata contestualmente alla sospensone del giudizio, va detto che nella pendenza del procedimento non poteva farsi applicazione delle disposizioni riguardanti la sospensione dell’atto impositivo di cui all’art. 47 del D. Lgs 546, previste espressamente per la fase  anteriore al giudizio di impugnazione., e, d’altra parte sarebbe stato un fuor d’opera sospendere il giudizo senza provvedere sull’esecutività dell’atto impugnato.

A. DL    magistrato

 
 
 

 

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27 febbraio 2010

IRAP, attività autonomamente organizzata ed impresa di diritto civile

La base giuridica dell’imposta IRAP è contenuta nell’art’ 2 del D. Lvo 446/97, in cui è detto che il presupposto della medesima è l’esercizio abituale di un’attività autonomamente organizzata diretta alla produzione o allo scambio di beni o alla prestazione di servizi, requisito questo che è ovviamente da ritenersi sempre esistente per le attività svolte dalle società, dagli enti compresi gli organi e le amministrazioni dello stato in considerazione della natura di impresa commerciale o industriale dell’attività in parola.

Tale definizione pone subito il problema di comprendere se si sia in presenza di una trasposizione in termini diversi e più onnicomprensivi dell’attività di impresa, ovvero se la norma abbia creato un’autonoma figura giuridica, anche in considerazione del fatto che il successivo art. 3 lett. C) ha assoggettato ad imposta anche gli esercenti attività individuale autonoma e gli esercenti arti e professioni (lett.D) ed i produttori agricoli, da giustificare, molto probabilmente più per un intento di allargare la platea delle persone da assoggettare all’imposta alfine di rispondere all’esigenza del legislatore di fare cassa, che non ad un errore concettuale tra attività di impresa , e l’esercizio dell’attività dei piccoli imprenditori (art. 2083 c.c. ) e quello delle professioni intellettuali (art. 2229 c.c.).

Pur riconoscendosi l’intento di assicurare un maggior introito finanziario per come ora detto, sostanzialmente assoggettando all’imposta tutte le categorie di operatori economici, resta sempre la necessità di verificare il significato della terminologia usata dal legislatore con lo specifico riferimento all’attività autonomamente organizzata, rispetto alla figura giuridica dell’impresa, non potendosi in prima approssimazione ritenere che concettualmente esista nella realtà economica un soggetto suscettibile di dare gli stessi risultati.

Sul punto è opportuno richiamare i principi fondamentali dell’impresa, ed in particolare ricordare che questa consiste nell’organizzazione di attività dirette alla produzione ed allo scambio di beni o servizi destinati all’economia del mercato, circostanza questa che pone in evidenza come la capacità produttiva della struttura economica sia separata dalla persona dell’imprenditore, pur da esso originata, a differenza di quanto avviene per i piccoli imprenditori (coltivatori diretti, artigiani, piccoli commercianti ), la cui attività economica è strumentalmente connessa all’opera personale dell’imprenditore, al punto da apparire come direttamente emergente dai soggetti esercenti,

Questa basilare distinzione va posta alla base di una corretta interpretazione delle due norme del D.l.vo 446/97 sopra richiamate e l’inclusione dei piccoli imprenditori e professionisti non è frutto di confusione concettuale tra istituti diversi, ma corrisponde ad una realtà economica, che lascia trasparire nel campo della piccola impresa e delle attività professionali profonde differenze di unità di grandezza nel loro ambito, coesistendo accanto a strutture incentrate sull’attività del solo imprenditore o professionista, che dispone al più di una segretaria e di un computer, strutture invece di maggiori o di notevolissime proporzioni, che si avvalgono di estesi locali, di strumenti tecnici raffinati, di ingenti capitali e di personale adeguato ad un’attività di notevole dimensione.

In altri termini se va affermato che nell’impresa l’organizzazione dei mezzi finanziari, del lavoro e dei beni strumentali sono preordinati al raggiungimento di un risultato economico da porre sul mercato quale prodotto dell’impresa stessa,

in taluni casi di lavoro autonomo o professionale le dimensioni dell’organizzazione posta in essere, pur servendo ad esplicare la personale attività lavorativa del titolare, si connota per una notevole autonomia dell’organizzazione stessa, che se non può concettualmente definirsi attività di impresa, economicamente si differenzia da quella del tradizionale lavoro autonomo.

Alcuni esempi possono ben chiarire la diversità di situazioni economiche che può riscontrarsi nel campo del lavoro autonono : un rappresentante di commercio che da solo compia il giro dei propri clienti per acquisire ordini, e disponendo di un ufficio dotato di congruo personale, si serva di costoro per dar seguito alle acquisizioni da trasmettere per le succesive consegne, certamente gode nel lavoro pur di sua pertinenza di un vantaggio nel raggiungere il suo volume di affari ben diverso da quello del rappresentante, il quale disponendo di un computer svolga l’intero lavoro da solo.

Parimenti i titolari di studi medici, legali o notarili, i quali si avvalgano della collaborazione di personale professionalmente preparato sono in grado di accrescere notevolmente il compito professionale da svolgere mediante la predisposizione di attività preparatorie o addirittura di categorie di atti per soddisfare una maggiore clientela, a differenza di quanto avviene nell’espletamento dell’attività da parte del singolo, che provveda a tutte le incombenze

La Corte Costituzionale con la sent. 10/5-21/5/2001 n. 156, nel decidere su numerosi ricorsi proposti sotto molteplici aspetti al riguardo dell’Irap a carico dei lavoratori autonomi e dei professionisti, ha posto a base della decisione proprio i diversi connotati in cui queste attività di lavoro autonomo concretamente sono svolte, ed ha affermato che alla luce dell’art. 2 del D.Lvo questa imposta non colpisce il reddito personale del contribuente, conclusione a cui si perverrebbe se il carico fiscale colpisse indiscriminatamente esercenti e professionisti, sicché sotto questo profilo, prendendo in esame il valore aggiunto prodotto dalle attività di maggiore estensione, ha statuito che l’imposizione corrisponde ai principi costituzionali di uguaglianza e di capacità contributiva.

Anche la Corte di Cassazione ha sostanzialmente seguito questi criteri interpretativi con una serie di sentenze a far data dall’8-2.2007, distinguendo alla luce dell’art. 2 citato i casi in cui ricorre l’autonoma organizzazione, e precisamente quando l’attività economica è incrementata da investimenti finanziari, dalla collaborazione del personale dipendente o dalla disponibilità di notevoli mezzi strumentali, posto che in sostanza la presenza di questi fattori da parte dell’autonomo o del professionista contribuiscono indubbiamente a creare valore aggiunto rispetto all’attività individuale di costoro.

A meglio ribadire che l’organizzazione non è elemento peculiare di autonomi e professionisti ha precisato che la presenza di una sola persona addetta all’ufficio o allo studio (n. 13810/07) non è sufficiente a determinare l’assoggettamento ad imposta, mentre (26144/08) ad altra conclusione è pervenuta quando parte del profitto sia derivato da un complesso di fattori in funzione di ausilio all’attività, in guisa da essere suscettibili di incrementare il valore economico dell’attività stessa. La molteplicità delle fattispecie di attività potrebbe dar luogo ad una casistica di vaste proporzioni, quale l’iniziativa di queste categorie di lavoratori è suscettibile di realizzare, rispondendo ad esigenze economiche diverse, ma al riguardo è inutile passarle in rassegna, una volta stabilito che i criteri per discriminare le varie ipotesi restano quelli sopra indicati, come oramai la giurisprudenza costantemente afferma.

A questo proposito potrà rilevarsi che nel codice civile all’art. 2238 si rinviene una definizione più marcata al riguardo dell’esercizio di professioni intellettuali sviluppate attraverso un congruo numero di collaboratori o che si avvalgono di investimenti patrimoniali notevoli, chiaramente esplicitando che in tal caso si configura una vera organizzazione di impresa, a cui conseguentemente si applica la relativa disciplina.

Proprio questo riferimento normativo lascia intendere che la previsione dell’autonoma organizzazione indicata dalla legge tributaria non pone in diritto un tertium genus, bensì un’assimilazione all’impresa di talune attività economiche al solo fine dell’assoggettamento a questa imposta, restando all’interprete il compito di fare opera di discernimento per distinguere caso da caso.

Attilio De LAzzaro

Magistrato

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